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Il Parco » Due parole con...
Due parole con...
il Direttore, Nino Martino
Biodiversità Biodiversità è un termine ormai comune. Ma è passato
davvero un battito di ciglia della storia e meno di un sospiro
dell’evoluzione da quando gli anglosassoni utilizzano il
termine biodiversity per parlare di quell’incredibile caleidoscopio
che è la vita sul pianeta Terra.
Un attimo per il nostro pianeta e l’intera vita di un essere
vivente è trascorsa. Pochi attimi ed una specie può variare,
mutare, adattarsi alle condizioni climatiche avverse. Ecco in
questo incredibile contrasto tra il nostro tempo soggettivo e
quello del pianeta che ci ospita va collocata la biodiversità.
Ossia il mutare a livello di geni delle singole specie, ma anche
la loro varietà specifica e l’interrelazione con
gli habitat che caratterizzano il pianeta.
Il freddo che avanza di una delle tante glaciazioni oppure il
caldo torrido che scoppia in una fase interglaciale, sono i respiri
del pianeta che hanno determinato le condizioni per l’irraggiamento
delle specie, per il loro mutare, per la loro stessa sopravvivenza.
La storia della biodiversità è anche una storia
di estinzioni. Normale su scala geologica, ma impressionante
su scala umana.
Un grande fattore di trasformazione del territorio, delle condizioni
di vita stesse di molte specie è proprio l’Uomo.
Da quando abbiamo iniziato a realizzare attività organizzate
di modifica dell’ambiente naturale, con l’agricoltura
e la pastorizia, con l’allevamento e l’edificazione,
abbiamo radicalmente trasformato paesaggi ed habitat naturali.
Favorendo la diffusione di specie e facendo letteralmente sparire
delle altre.
Solo da quando l’uomo tiene una terribile contabilità del
nostro impatto sulla vita, abbiamo dovuto registrare la perdita
di 191 specie di molluschi, di 115 specie di uccelli, di 58 specie
di mammiferi, di 120 alte specie di animalie di ben 596 specie
di piante. Per sempre.
Senza sapere quale fosse il loro ruolo nell’universo. Solo
per la nostra insulsa incapacità di autolimitarci, anche
con un uso sconsiderato dell’agricoltura.
Chi si ricorda più del sapore di una carruba? In ambiente
mediterraneo il carrubo è stato estirpato per far posto
alla coltura dell’olivo, esteso sino al limite delle gelate
invernali. Qualche timido esemplare ne sopravviveva con la cultura
del cavallo, ma oggi tra motori sempre più inquinanti
e rombanti, di questo albero restano solo sparuti esemplari sparsi
per le campagne del centro-sud.
Ma l’ambiente naturale trasformato dall’uomo ospita
anche una nuova biodiversità. Diverse specie, spontaneamente,
si adattano alle mutate condizioni paesaggistiche ed ambientali,
ma tante anche quelle selezionate dalla mano dell’uomo.
L’uomo-agricoltore che oggi appare quasi come una rarità ma
che sino a ieri era il cuore della cultura e dell’economia
dell’Occidente.
Quell’uomo che ha saputo, con grande fatica, trasformare
i prati-pascolo delle Vette Feltrine e dei Piani Eterni, di Cajada
e di tutte le montagne bellunesi, aprendo varchi nel bosco, utilizzando
la legna da ardere e da costruire, gestendo il bosco, favorendo
l’espansione di quelle specie forestali più utili,
come l’abete rosso.
Oggi il paesaggio del parco è proprio un mosaico di questi
ambienti. Il verde tenero dei prati che si mescola al verde cupo
dei boschi, insieme al grigio delle rocce ed al bianco delle
nevi semi-perenni in questi inverni sempre più lunghi
che sfociano direttamente in torride estati.
Un paesaggio costruito dalla mano dell’uomo e dalle ultime
glaciazioni, con splendide fioriture floreali che han fatto da
motivo conduttore per l’istituzione di uno dei più importanti
parchi nazionali italiani. Un paesaggio che ha bisogno di tutta
la nostra cura e del nostro amore, perché i tempi cambiano
e la fatica del malgaro è compito improbo per le nuove
generazioni. Oggi il malgaro è testimonianza di un rapporto
antico con la montagna, ma anche preoccupazione per un mestiere
che finisce, che si trasforma, che rischia di scomparire.
Il parco ha investito tante energie e risorse per la riqualificazione
delle malghe, per il loro ammodernamento, per dare dignità al
lavoro del malgaro nel rispetto dell’ambiente naturale
in cui le malghe sono immerse. Un lavoro che prosegue con la
necessità della tutela della memoria storica e di quella
genetica della biodiversità indotta dal lavoro dell’uomo:
la biodiversità coltivata.
Mele e pere, fagioli e tante altre coltivazioni che sono la vita
stessa delle genti di montagna, cui il parco sta da tempo dedicando
energie preziose, convinti quali siamo che la nostra specie può vivere
in armonia con il mondo naturale, perché come ha scritto
R. Payne: “il mondo selvatico aspetta l’amicizia
dell’umanità”.
Nino Martino
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Invervista al Presidente;
Editoriale "Tracce" n.6;
Presentazione Progetto Life AgEmas;
Invervista al Direttore;
Invervista al Direttore per il Corriere delle Alpi;
Biodiversità;
Parco, qualità e certificazione ambientale;
La controriforma della l. 394/91;
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